Luca 10

Luca 10

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Craig Quam

Luca 10:25-37

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Craig Quam

Luca 10:38-42

Luca 10:38-42
Craig Quam

Cap. 10

La missione dei settanta

Vs. 1. Dopo queste cose, il Signore ne designò altri settanta e li mandò a due a due davanti a sé, in ogni città e luogo dove egli stava per recarsi.

Nel cap. 9 Gesù ha inviato i dodici in una missione simile a questa, ora settanta discepoli, ma non solo in Galilea, bensì in tutta Israele, nei luoghi nei quali anche Lui si sarebbe recato. Anche il cristiano di oggi ha lo stesso compito, ovvero quello di proclamare il regno di Dio come presente, poiché ove sono i figli di Dio, dentro di loro vi è il regno.

70 è un numero molto usato nella scrittura: 70 erano gli anziani che con Mosè servivano il popolo di Israele, 70 erano le nazioni elencate in Genesi cap. 10 quali fondatrici di tutto il mondo e dalle quali tutti discendevano. Quindi: i dodici sono stati inviati solamente ad Israele, ma i 70 profeticamente portano la Parola a tutto il mondo.

Vs. 2.  E diceva loro: "La mèsse è grande, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della mèsse che spinga degli operai nella sua mèsse. 

Ancora oggi poche sono le persone che decidono di dedicare la propria vita al Signore.

Vs. 3-4.  Andate; ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. La similitudine evidenzia la condizione di pericolo e di impotenza: i servi di Dio si trovano in pericolo in un mondo malvagio e per questo hanno bisogno della guida da parte del Padre e di avere lo sguardo rivolto verso di Lui. 4  Non portate borsa (= ballantion, ovvero il borsellino per il denaro), né sacca (= pera, è la sacca da viaggio), né sandali (non nel senso di dover camminare scalzi, quanto il fatto di non avere delle calzature di ricambio e, quindi, di partire nelle condizioni in cui sono), e non salutate alcuno per via. Quanto al salutare, era usanza orientale del tempo protrarsi a lungo nei saluti, fatto che si spingeva fino al venire ospitati. Gesù qui non dice di essere maleducati, bensì di non perdere tempo prezioso in costumi umani.

Vs. 5-6.  E in qualunque casa entriate, dite prima: "Pace a questa casa". 6  E se lì vi è un figlio di pace, la vostra pace si poserà su di lui; All’arrivo in un villaggio, i discepoli venivano ospitati nelle case ed in quei luoghi dovevano portare la pace del Signore. Il messaggio che ogni figlio di Dio deve portare, infatti, è di pace: Dio vuole fare pace con le persone, che ha amato a tal punto da inviare il suo unico figlio per dare la salvezza. Dio è disposto a ripristinare la pace, anche se la separazione è avvenuta ad opera dell’uomo, per avere di nuovo quel rapporto con le persone, come sussisteva al tempo di Adamo. Un giorno potremo di nuovo passeggiare col Signore e avere con Lui un rapporto stretto: queste cose oggi le abbiamo in modo limitato.

se no, essa ritornerà a voi. I discepoli non devono donare una benedizione a coloro che non la desiderano, poiché i doni di Dio sono preziosi.

Vs. 7.  Rimanete quindi nella stessa casa, mangiando e bevendo ciò che vi daranno, perché l’operaio è degno della sua ricompensa. Non passate di casa in casa. 

Il fatto di rimanere nella stessa casa evitava il protrarsi delle visite e l’essere intrattenuti per molto tempo, dal momento che la loro missione era urgente.

Vs. 8-9.  E in qualunque città entriate, se vi ricevono, mangiate di ciò che vi sarà messo davanti. 9  E guarite i malati che saranno in essa e dite loro: "Il regno di Dio si è avvicinato a voi". 

Era possibile venir ospitati dai Gentili e, quindi, dover mangiare dei cibi che non rispettavano  rigorosamente tutte le norme ebraiche sull’alimentazione. Gesù qui dice loro di non preoccuparsi eccessivamente di queste cose, ma di dedicarsi alla predicazione ed alla guarigione.

Vs. 10-12.  Ma in qualunque città entriate, se non vi ricevono, uscite nelle strade di quella e dite: 11  "Noi scuotiamo contro di voi la polvere stessa della vostra città che si è attaccata a noi (è un’azione simbolica che significa essere estromessi dal Regno di Dio), sappiate tuttavia questo, che il regno di Dio si è avvicinato a voi" Rifiutare il messaggio dei predicatori non significa allontanare dei poveri itineranti, bensì Dio stesso, che tramite loro si è avvicinato ed è stato respinto. 12  Io Vi dico che in quel giorno Sodoma sarà trattata con più tolleranza di quella città. 

Questa è una conseguenza molto grave, poiché nessuno può ascoltare il Vangelo e rimanere indifferente, anzi deve reagire in qualche modo. Più conosciamo la Parola e più siamo giudicati perché siamo stati vicini al progetto di Dio e lo abbiamo rifiutato.

Vs. 13-14.  Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Perché se in Tiro e in Sidone fossero state fatte le potenti opere compiute in voi, già da tempo si sarebbero ravvedute, vestendosi di sacco e sedendo nella cenere. 14  Perciò nel giorno del giudizio Tiro e Sidone saranno trattate con più tolleranza di voi. 

Tiro e Sidone erano due note città fenicie, importanti centri commerciali.

Vs. 15.  E tu, Capernaum, che sei stata innalzata fino al cielo, sarai abbassata fin nell’inferno. 

Questa è la fine destinata a coloro che rigettano il Vangelo: tutte le persone della terra hanno almeno un’opportunità per accettare il Signore, anche nel Paesi pagani, poiché in Romani è scritto che Dio ha messo la legge nei cuori e nella coscienza dell’uomo. Per questo tutti devono decidere come comportarsi con Gesù e se accogliere o rifiutare il dono che Dio ci offre.

Capernaum aveva visto gran parte del ministerio di Gesù, il quale la considera la sua città (v. Matt. 9:1). Aveva visto i miracoli ed ascoltato la predicazione del Signore, tuttavia era rimasta indifferente.

Deut. 20:10-12.  Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. 11  Se accetta la tua offerta di pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si trova pagherà i tributi e ti servirà. 12  Ma se non vuole far pace con te e ti vuole far guerra, allora la stringerai d’assedio. 

L’esercito di Giosuè va a conquistare la terra promessa, ma non lo fa con violenza, bensì offrendo la pace.

Apocalisse 3:20. Ecco, io sto alla porta e busso, se qualcuno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui ed egli con me. 

Gesù vuole un rapporto dolce, sereno, di comunione con le persone. Quindi, anche nell’evangelizzare presentiamo per prima cosa la pace, ma poi parliamo del ravvedimento, poiché chi ascolta la Parola ma non prende una posizione vedrà abbattersi su se stesso il giudizio di Dio.

Vs. 16.  Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me; e chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato". 

I messaggeri del Signore parlano con autorità; tuttavia, se non vengono accettati, non devono sentirsi colpiti in prima persona, poiché in realtà coloro che rifiutano il Vangelo rigettano il Signore, non il suo servo. Anche Gesù è stato respinto quando era in vita, eppure Egli è stato un evangelista perfetto. Perciò il compito del cristiano è quello di annunciare e diffondere il messaggio dell’amore di Dio, non di ottenere un risultato, il quale è qualcosa che riguarda ogni persona e il Signore.

Vs. 17.  Or i settanta tornarono con allegrezza, dicendo: "Signore, anche i demoni ci sono sottoposti nel nome tuo". 

I settanta sono stati usati dal Signore e ciò ha donato loro molta gioia. E’ bello comprendere di essere degli strumenti nelle mani del Signore quando qualcuno si converte dopo aver ascoltato la Parola, quando portiamo consolazione ad un’anima, oppure quando vediamo qualcuno che guarisce. Ma ancora di più, dice il Signore, dobbiamo rallegrarci nel pensare che i nostri nomi sono scritti nei cieli (vs. 20), nel libro della vita. Qualunque calamità può sopraggiungere, ma nulla cancellerà tale certezza, ossia quella che i nostri nomi sono presso Dio: qui è il fondamento per nostro cristianesimo.

Vs. 18.  Ed egli disse loro: "Io vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 

Coloro che hanno incontrato i 70, li avranno considerati come un gruppetto di persone erranti che predicavano la Parola e guarivano poche persone, tuttavia agli occhi di Cristo essi rappresentavano la sconfitta di Satana, dovuta al trionfo dell’opera di Gesù attraverso la chiesa.

Vs. 19-20.  Ecco, io vi ho dato il potere di calpestare serpenti e scorpioni, e su tutta la potenza del nemico, e nulla potrà farvi del male. 20  Tuttavia non vi rallegrate del fatto che gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli". 

La vittoria sugli spiriti maligni è senz’altro affascinante, ma un giorno le persone guarite moriranno ed anche la terra scomparirà. Per questi motivi è importante ricordare che è necessario porre lo sguardo sulle cose che dureranno per sempre.

Vs. 21.  In quella stessa ora Gesù giubilò (= vibrò di gioia; dal greco “egalliasato”) nello spirito e disse: "Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, 

Gesù ringrazia Dio per la sua compassione (grazie alla quale è nostro Padre) e per la sua grandezza, che lo rende Signore e padrone di tutto il creato.

perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli. Sì, o Padre, perché così ti è piaciuto. 

Gesù ringrazia Dio per aver rivelato se stesso agli umili, a coloro cioè che hanno un’intelligenza pari a quella dei piccoli fanciulli. In questo modo è palese che tale conoscenza sia dovuta solamente alla volontà di Dio.

Vs. 22.  Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare". 

Gesù si definisce “figlio” di Dio, espressione che ricorre frequentemente in Giovanni. Afferma di avere una relazione esclusiva col Padre, e che solo attraverso Gesù anche noi discepoli possiamo comprendere come veramente è Dio. Anche la relazione di figliolanza può essere ricevuta esclusivamente attraverso il Signore, unico mediatore tra noi e Dio Padre.

Vs. 23-24.  Poi, rivolto verso i discepoli, disse loro in disparte: "Beati gli occhi che vedono le cose che voi vedete, 24  perché vi dico che molti profeti e re hanno desiderato di vedere le cose che voi vedete e non le hanno viste, e di udire le cose che voi udite e non le hanno udite". 

Anche noi abbiamo udito queste cose e allora siamo beati, tanto più perché i nostri nomi sono scritti nel libro dei cieli. Nel giorno del giudizio, Gesù non ci chiederà conto dei pellegrinaggi o delle opere, ma guarderà in quel libro e ci farà entrare nella gloria del Padre, quali servi fedeli.

Il buon samaritano.

Tutto il mondo conosce tale parabola, tuttavia dobbiamo chiederci se la mettiamo in pratica.

Vs.25.  Allora ecco, un certo dottore della legge 

Era un esperto della legge di Mosè, uno di quelli che trascorrevano il tempo a discutere circa essa, analizzandone in modo cavilloso ogni dettaglio. Egli conosceva i primi 5 libri del VT in quanto fondamentali per la religione giudaica.

si levò per metterlo alla prova (voleva intrappolare Gesù)

e disse: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". 

Egli pensava ad una salvezza derivante dalle opere, poiché non aveva alcuna conoscenza della grazia di Dio. In definitiva richiede una lista di azioni da compiere.


A lui Gesù risponde con una domanda, posta al fine di indurlo a riflettere:

vs. 26-28.  Ed egli disse: "Che cosa sta scritto nella legge? Come leggi?". 27  E quegli, rispondendo, disse: "Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso". 28  Ed egli gli disse: "Hai risposto esattamente; fa’ questo e vivrai".

Qui sembra che Gesù stia dicendo che l’obbedienza alla legge porta alla vita eterna, ovvero che la salvezza deriva dalle opere, ma non è esattamente così. Quando Dio ha condotto il popolo alla terra promessa, ha dato un elenco di benedizioni derivanti dall’obbedienza e di maledizioni legate alla disobbedienza. Ogni persona deve aderire alla legge ogni giorno, minuto e secondo della propria vita, altrimenti sarà condannato. Nessuno è in grado di rispettare ogni precetto in modo tanto perfetto e pertanto tutti gli esseri umani sono sotto la condanna, se non accettano di essere coperti dal sangue dell’agnello. Gesù, quindi, sta disconoscendo le opere, perché non ha  importanza ciò che facciamo, se tale azione è considerata come un’opera meritoria, ma il nostro atteggiamento. Se amiamo Dio nel modo descritto dal Signore, allora ci affideremo a Lui e non alle nostre povere opere. Queste ultime sono unicamente una risposta all’amore che il Padre nutre nei nostri confronti, non certamente la ragione per la quale Egli debba amarci.

Quindi: il dottore della legge voleva da Cristo una serie di regole da osservare per meritare la vita eterna, ma il Signore gli risponde che essa non dipende dall’osservanza delle norme. Solo il nostro atteggiamento nei riguardi del Signore determina ogni cosa.

Vs. 29. Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: "E chi è il mio prossimo?". 

Il giurista chiede chi sia il suo prossimo, ossia vuole una lista di persone da dover rispettare. Comprende che Gesù stava parlando di un vasto gruppo, ma quanto vasto? Tutta Israele? Certamente non pensava a tutte le persone del mondo, poiché gli ebrei consideravano immondi tutti i gentili.

Vs. 30.  Gesù allora rispose e disse: "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei ladroni i quali, dopo averlo spogliato e coperto di ferite, se ne andarono lasciandolo mezzo morto. 

Nella storia narrata da Gesù non viene detto che l’uomo derubato e ferito sia un Giudeo, ma lo si può dedurre. Qui l’accento non è posto sulla sua nazionalità, ma sul fatto che egli sia un uomo e che si trova in grave bisogno.

Infatti, la strada che andava da Gerusalemme a Gerico era in ripida discesa e attraversava una regione desertica, nella quale i briganti si sentivano a loro agio. Era lunga circa 27 km e presentava un dislivello di 1000 m. In questa strada l’uomo è stato aggredito e lasciato a se stesso, quasi morto.

Vs. 31.  Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada e, veduto quell’uomo, passò oltre, dall’altra parte. 

Questo sacerdote era un religioso, ovvero qualcuno che non aveva pietà degli altri, che solo apparentemente si occupava delle cose di Dio, ma che non aveva fatto alcuna esperienza con Lui. Egli dà la priorità ai propri impegni, piuttosto che all’occuparsi di un uomo ferito. Inoltre, la Legge affermava che il sacerdote che toccava un cadavere perdeva la propria purezza cerimoniale (lev. 21:1 e seg.) e pertanto il religioso preferisce non avvicinarsi all’uomo, ipotizzando che egli potesse essere morto, nel timore di venirne contaminato. Evita ogni possibilità di contatto, non solo non prestando aiuto, ma proprio attraversando la strada. Così il malcapitato rimane nella sofferenza e nel bisogno.

Vs. 32.  Similmente anche un levita si trovò a passare da quel luogo, lo vide e passò oltre, dall’altra parte. 

Anche il Levita è un sacerdote poiché il suo compito era quello di servire nel Tempio, eppure neppure lui fa nulla per l’uomo ferito. I sacerdoti e i Leviti erano molto stimati a quel tempo, eppure erano ciechi di fronte alle necessità delle persone.

Vs. 33.  Ma un Samaritano che era in viaggio, passò accanto a lui, lo vide e ne ebbe compassione. 

I Samaritani erano disprezzati dai Giudei in quanto erano per metà Gentili, quindi impuri; erano odiati, eppure questo uomo passa accanto al ferito, non dall’altra parte della strada, e prova compassione. Qui è la differenza tra un religioso ed un uomo che ha sperimentato la grazia di Dio, perché è caratterizzato dall’amore. Paolo afferma che l’amore di Cristo costringe i cristiani nel predicare il Vangelo. Coloro che seguono delle leggi e delle regole sono incapaci di incontrare i bisogni degli altri.

Vs. 34.  E, accostatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 

Qui è un’esortazione a tutti i credenti a muoversi per incontrare i bisogni degli altri. Il Samaritano disinfetta la ferita con il vino, poi versa l’olio perché attenui il dolore. Inoltre lo carica sulla sua cavalcatura, ovvero prosegue a piedi e, giunto alla locanda, non ritiene di aver esaurito il suo compito, ma si prende cura di lui.

Quando noi eravamo morti, Cristo versò su di noi dell’olio, ovvero lo Spirito Santo e del vino, cioè il suo sangue. Anche lui ci ha sollevato dalla terra per farci salire sulla sua cavalcatura, i luoghi celesti. Il Samaritano paga perché il ferito sia curato ed anche il Signore ha pagato il nostro debito.

Questa storia è molto bella e ci spinge verso l’azione: molti sono i bisogni attorno a noi e forse possiamo andare loro incontro.

Vs. 35.  E il giorno dopo, prima di partire, prese due denari, e li diede al locandiere, dicendogli: "Prenditi cura di lui e tutto quello che spenderai in più, te lo renderò al mio ritorno". 

Secondo lo storico Polibio, nel 150 d.C. in Italia era possibile alloggiare nelle locande con mezzo “asse” al giorno, cioè con un trentaduesimo di denaro. Se le tariffe della Palestina erano simili a queste, significa che il Samaritano aveva pagato l’alloggio per il ferito per due mesi. Non solo, ma si impegnò a pagare all’oste ogni spesa ulteriore che avesse sostenuto.

Vs. 36-37.  Quale dunque di questi tre ti pare sia stato il prossimo di colui che cadde nelle mani dei ladroni?". 37  E quello disse: "Colui che usò misericordia verso di lui". Gesù allora gli disse: "Va’ e fa’ lo stesso anche tu". 

Il prossimo è colui che si muove a compassione. Lasciamoci sfidare da questa storia.

Marta e Maria.

Se precedentemente è stato possibile ipotizzare che la salvezza sia ottenibile attraverso le opere, ora in questi versetti si comprende chiaramente come lo stare ai piedi di Gesù sia molto più importante dell’affaccendarsi spasmodicamente.

L’atteggiamento di Marta è diverso da quello di Maria; tuttavia, se la nostra adorazione del Signore non ci porta a servire gli altri, allora forse in noi c’è qualcosa che non va poiché non portiamo frutto. Anche il servizio fa parte dell’adorazione: deve esserci un equilibrio.

Marta e Maria erano le sorelle di Lazzaro.

Vs. 38. Ora, mentre essi erano in cammino, avvenne che egli entrò in un villaggio; e una certa donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. 

Marta e Maria vivevano a Betania, posta a 3 Km da Gerusalemme (vedi Giov. 11:1). Le due donne ospitano Gesù nella loro casa: questo è l’inizio per ogni credente, poiché il Signore ha detto in Apocalisse che quando Egli bussa alla porta, se questa viene aperta, allora Egli entra in casa e cena con gli abitanti. Gesù bussa e Marta apre la porta, accogliendo il Signore nella sua vita.

A questo punto, però, l’atteggiamento di Marta diviene sbagliato, mostrando più enfasi nel servire che nell’ascoltare. Maria, invece, che l’aveva aiutata nei preparativi, comprende che c’è un tempo per ogni cosa e che la Parola ha la priorità.

vs. 39-40. Or ella aveva una sorella che si chiamava Maria, la quale si pose a sedere ai piedi di Gesù, e ascoltava la sua parola. 40  Ma Marta, tutta presa dalle molte faccende, si avvicinò e disse: "Signore, non t’importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". 

Maria: il nome è “Mariam”, forma greca dell’’’ebraico “Miriam”. Approfitta al massimo di questa occasione eccezionale e cerca un’intimità col Signore. Come Maria, ascoltiamo anche noi le parole di Cristo con umiltà e dedichiamo ad esse del tempo ogni giorno. Riconosciamogli al giusta priorità.

Marta lavora per offrire agli ospiti un pranzo molto elaborato, si stanca e chiede a Gesù di riprendere sua sorella, affinché le sia di aiuto.

Afferma tre cose:

“Signore, non t’importa”: è il primo segno di un cuore indurito, perché implicitamente ritiene che Gesù non avesse cura di Lei. Al contrario, Egli la stava amministrando con la Parola, ciò che di più prezioso ci sia.

“Mia sorella mi ha lasciata sola a servire”: la sua frase è come quella di Elia, che ritiene di essere l’unico che stia servendo. Lei sta lavorando e pensa di essere l’unica che stia operando per Gesù.

“Dille che mi aiuti”: dà un comando a Gesù.

Vs. 41.  Ma Gesù, rispondendo, le disse: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti inquieti per molte cose 

Gesù risponde con dolcezza e le fa capire che si sta preoccupando troppo delle cose e non si concentra su quelle veramente importanti. Il Signore desidera che lavoriamo per Lui, ma tale sacrificio deve scaturire da un cuore di adorazione. Il nostro servire deve portare gloria a Dio. Se, invece, ci rende ansiosi e nervosi, allora diviene qualcosa di carnale e mostra che c’è qualcosa che non va bene.

Vs. 42.  ma una sola cosa è necessaria, e Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta". 

Il servizio è importante, ma ancora di più lo è lo stare ai piedi del Signore, ascoltando la Sua Parola.

Giovanni racconta di un’altra visita di Gesù a Marta e Maria, successiva alla resurrezione di Lazzaro:

Giovanni 12:1-6.  Gesù dunque, sei giorni prima della Pasqua, si recò a Betania dove abitava Lazzaro, colui che era morto e che egli aveva risuscitato dai morti. 2  E qui gli fecero un convito, Marta serviva 

Questa volta Marta non si lamenta, anche se continua a servire, poiché ha imparato e Gesù non ha motivo di riprenderla.

e Lazzaro era uno di quelli che erano a tavola con lui. 3  Maria allora prese una libbra di olio profumato di nardo autentico di gran prezzo, ne unse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli; e la casa fu ripiena del profumo di quest’olio. 

Anche Maria serve Gesù, con la sua adorazione. Nel Vangelo di Marco è scritto che tale suo gesto sarà ricordato per sempre.

4  Allora uno dei suoi discepoli, Giuda Iscariota, figlio di Simone, quello che stava per tradirlo, disse: 5  "Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si è dato il ricavato ai poveri?". 6  Or egli disse questo, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro e, tenendo la borsa, ne sottraeva ciò che si metteva dentro. 

Giuda maschera il proprio peccato con la spiritualità.

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